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Approfondimento di Marco de Marco

Il Museo, con sede nell’attuale palazzo Comunale, nacque nel 1877-78 in coincidenza con i lavori di realizzazione del piano regolatore dell’architetto Michelangelo Maiorfi e con la messa in luce del teatro romano.

L’apertura del Museo coincise con la messa in luce, in più punti della città, di monumenti e reperti: il teatro prima di tutto ma anche le tombe longobarde scoperte durante i lavori di realizzazione dell’attuale piazza Garibaldi già nel 1879.

Dobbiamo alla Commissione Archeologica Municipale il prezioso e purtroppo parziale recupero di quanto via via veniva trovato e in buona parte distrutto: ciò che ci è rimasto è doppiamente prezioso, sia per il suo valore storico in sé sia come testimonianza del lavoro che la Commissione svolse in quegli anni.

Vale la pena ricordare l’articolo 1 del Regolamento della Commissione che elencava, tra gli scopi principali quello di “sollecitare e attuare i provvedimenti necessari alla migliore tutela e conservazione di quanto abbia un interesse storico e artistico, antico o moderno che sia e in qualsiasi parte del territorio comunale si trovi”.
E’ un testo attualissimo e straordinario nella sua semplicità.

Nel frattempo il marchese Carlo Strozzi finanziava gli scavi del teatro che cominciava a tornare in luce: una buona parte era stata messa scavata dal barone prussiano von Shellersheim nel 1809, ma la si era dovuta interrare per evitarne la completa demolizione causata dall’asportazione continua del pietrame. L'orgoglio municipale cresceva con il crescere dei resti che si scoprivano.

Il Museo, però, dopo un primo ordinamento ad opera di Demostene Macciò, prese purtroppo l’aspetto di un magazzino disordinato dove andavano a depositarsi i materiali che via via si raccoglievano, negli scavi del teatro prima e delle terme poi.

Chi lo visitò allora lo trovò disordinato al punto da ritenere del tutto impropria la sua definizione di “Museo” addirittura fornito di regolare biglietto d’ingresso. Le lamentele nascevano non solo dal disordine di quelle stanze ma anche dalla pochezza dei resti esposti, costituiti in prevalenza dai numerosi frammenti delle decorazioni in marmo e pietra del teatro. Questi pezzi, se risultavano di grande interesse per l’appassionato o lo specialista dicevano però poco al grande pubblico: oltretutto lo spazio ristretto impediva una adeguata esposizione in grado di valorizzarli.

A questa povertà di contenuti, almeno secondo il metro di quel periodo e di quell’ambito culturale, si cercò di rimediare esponendo anche oggetti provenienti dalle collezioni di singoli personaggi fiesolani, finendo, però, col rendere, col tempo, tutto più confuso e approssimativo.

Marco De Marco

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