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Approfondimento di Silvia Borsotti

Nel Museo Bandini di Fiesole si conserva una croce lignea, dipinta, su entrambe le facce, a tempera e oro, che, con molta probabilità, veniva usata durante le processioni.

Sulla faccia anteriore della croce Cristo è raffigurato vivo, con gli occhi aperti e la testa eretta, secondo l’iconografia del Christus triumphans, cioè del Cristo che con la resurrezione trionfa sulla morte. Ai suoi lati, alle estremità dei bracci della croce, si vedono, a destra Sant’Apollonia, che tiene in una mano lo strumento del suo martirio, la tenaglia con un dente strappato, e nell’altra il libro, simbolo della sua dottrina. A sinistra, invece, si ha San Benedetto, con il volume della regola e il fascio di verghe, simbolo della disciplina dell’Ordine da lui fondato. In alto è raffigurato l’Eterno benedicente, con il libro aperto, sulle cui pagine sono tracciate l’alfa e l’omega, le lettere dell’alfabeto greco indicanti il principio e la fine dei tempi, mentre in basso, a tre quarti di figura, è riconoscibile San Francesco nell’atto di pregare.

Sulla faccia posteriore, invece, Cristo appare in atteggiamento sofferente, con la testa reclinata sulla spalla sinistra, secondo l’iconografia del Christus patiens.
Ai suoi lati si vedono la Madonna e San Giovanni, colti in atteggiamenti, in alto ritorna la rappresentazione dell’Eterno benedicente, mentre in basso si riconosce Santa Maria Maddalena con le chiome bionde e la consueta veste rossa. neri_di_bicci_retro

Su entrambe le facce, sopra la croce, ricorre il titulus crucis, rappresentato dalle quattro lettere «INRI», iniziali dell'espressione latina Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum.
È l'iscrizione che sarebbe stata apposta sopra la croce di Gesù, per indicare la motivazione della condanna, secondo quanto prescriveva il diritto romano. Subito sopra si vedono l’albero della vita e il pellicano, simbolo del sacrificio di Cristo. Un’antica leggenda, infatti, racconta che dei piccoli di pellicano colpirono gli occhi del padre, il quale, adirato, li uccise. Pentito e addolorato per la loro morte, dopo tre giorni li riportò alla vita, squarciandosi il petto e inondandoli del suo sangue.
Ai piedi della croce è riconoscibile il Golgota, con il teschio di Adamo, per ricordare che Cristo con il suo sacrificio ha salvato tutti gli esseri umani dal peccato originale. 

L’opera è attribuita a Neri di Bicci, un pittore fiorentino titolare di una bottega molto attiva nella seconda metà del Quattrocento. Di lui si sono conservate le Ricordanze, un diario di bottega, in cui il maestro, dal 1453 al 1475, annotò con scrupolo le proprie attività. Il manoscritto, conservato in originale presso la Biblioteca Magliabechiana della Galleria degli Uffizi, è un documento di fondamentale importanza, non solo per la ricostruzione della produzione di Neri e delle sue relazioni con committenti e artisti contemporanei, ma anche per comprendere, più in generale, l’attività delle botteghe dei pittori fiorentini del Quattrocento.

Proprio nelle Ricordanze troviamo la notizia che Neri di Bicci tra il 1472 e il 1475 lavorò per il monastero benedettino femminile di Sant’Apollonia, situato in Via San Gallo a Firenze. Questa indicazione, unita all’esame iconografico della nostra Croce, in cui sono raffigurati San Benedetto e Sant’Apollonia, ha consentito di avanzare, con sufficiente sicurezza, l’ipotesi che l’opera, oggi conservata al Museo Bandini, sia stata realizzata per il Monastero di Sant’Apollonia. Anche le caratteristiche stilistiche confermano una datazione del Crocifisso agli anni Settanta del Quattrocento. L’opera mostra una minuziosità d’esecuzione che ben testimonia la sopraffina abilità tecnica per cui Neri di Bicci fu molto apprezzato dai suoi contemporanei.

Nato nel 1419, Neri apparteneva ad una ben nota famiglia di pittori. I Bicci, che si dedicarono alla pittura per almeno tre generazioni, costituiscono, infatti, uno degli esempi più emblematici di bottega a carattere familiare. Furono pittori il nonno, Lorenzo di Bicci e il padre, Bicci di Lorenzo, che, tra le altre cose, realizzò anche l’affresco con l’Incoronazione di Maria in una gloria di Santi  nell’Oratorio di San Iacopo a Fiesole. Dopo aver compiuto il proprio apprendistato nella bottega paterna e aver affiancato il padre in molti lavori, Neri ereditò la gestione dell’attività. Col tempo si distaccò dalle formule paterne, trovando un personale linguaggio, frutto della rielaborazione degli stimoli, anche molto diversi tra loro, recepiti dalla frequentazione di artisti come Filippo Lippi, l’Angelico, Benozzo Gozzoli, ma anche Andrea del Castagno e Domenico Veneziano.

Alla morte del padre, avvenuta nel 1452, la situazione economica di Neri sembra non essere stata particolarmente florida, ma dopo sei anni l’attività appare in forte ripresa, tanto che il 22 novembre 1458 il pittore prende in affitto una bottega in Via Porta Rossa. Dalla casa di Via San Salvatore, dove, dichiara, «facevo la botegha» spostò quindi la sua attività in una vera e propria struttura commerciale «a uso dipintore». Nel corso della sua attività lavorò per committenti di estrazioni sociali molto differenti ed eseguì un numero elevato di pale d’altare destinate sia alle più importanti chiese fiorentine che ai luoghi di culto del contado. Morì il 4 gennaio 1492.

Le Ricordanze ci regalano un affascinante spaccato sulla bottega di Neri in Via Porta Rossa.
Collocata al piano terreno, aveva al suo interno una stanza con “palco”, cioè con un soppalco, in genere adibito a deposito di materiali e raggiungibile con una scala. Vi era, inoltre, un “volta”, cioè una cantina, e un “fondachetto”, altro piccolo ambiente, che poteva servire come magazzino o per svolgere particolari funzioni inerenti l’attività della bottega.
Aveva delle finestre e una porta di accesso sulla strada, con ai lati due muriccioli, le cosidette “mostre”, sopra le quali venivano esposti i manufatti. Porte e finestre erano delimitati da “sporti” di legno, composti da più pezzi.
L’attività di pittore non era sempre strettamente legata ad un ambiente dedicato. Come abbiamo visto, anche Neri di Bicci per un certo periodo aveva svolto la sua attività pittorica in casa. E il suo non è un caso isolato: nelle portate al catasto del 1481, dichiarano di lavorare in casa sia Cosimo Rosselli, che lo stesso Sandro Botticelli.

Dalle Ricordanze di Neri sappiamo che la sua bottega aveva una produzione molto varia: immagini destinate al culto e alla devozione privata, oggetti d’uso domestico, come cassoni e forzieri, ma anche restauri e ammodernamenti di opere preesistenti. Non sempre era possibile ottenere una commissione importante, come la realizzazione di una pala d’altare o di un ciclo di affreschi. Per questo nelle botteghe si dipingevano anche suppellettili, come paliotti, cortine, deschi da parto, cassette, specchi, ceri, cimieri, bandiere e stendardi. Qualche volta questo fenomeno portava alcune botteghe alla specializzazione. C’erano botteghe di “forzerinai”, di “cofanai”, di “cartolai”, botteghe che dipingevano solamente “sargie” (stoffe) o “naibi” (carte da gioco) o “ceri”: una ricchezza di mestieri, che oggi facciamo fatica ad immaginare. D’altra parte esistevano anche le grandi botteghe polivalenti, gestite da artisti di maggior levatura, che esercitavano più di un’arte, producendo, oltre a dipinti, anche sculture, oreficerie, disegni per vetrate ricami, mosaici e illustrazioni per libri, secondo una concezione ancora fondamentalmente medievale di unità e pari dignità di tutte le arti.

In questo senso la Croce conservata al Museo Bandini è una preziosa testimonianza. Si tratta infatti di uno dei pochi oggetti destinati al culto giunti fino a noi, fra i tanti che Neri realizzò nel corso della sua attività di pittore. Inoltre la sua decorazione a “coccole” (elementi a forma di bocciolo che corrono lungo il suo perimetro in legno intagliato e dorato), realizzata a imitazione di coevi manufatti in metallo, è un interessante esempio di quella unità di significati e di forme che in quell’epoca ancora accomunava tutte le arti.

La bottega di Neri di Bicci fu luogo di formazione per molti giovani. Furono suoi allievi Cosimo Rosselli (che più tardi realizzarà gli affreschi nella Cappella Salutati del Duomo di Fiesole), Andrea di Giusto, Francesco Botticini e Bernardo di Stefano Rosselli.  Il periodo di apprendistato nella bottega di un maestro era richiesto a chiunque aspirasse ad esercitare la professione del pittore. Gli statuti dell’Arte dei Medici e Speziali prevedevano che il tirocinio durasse almeno nove anni. Spesso era il padre o il parente più prossimo a condurre il ragazzo alla bottega del maestro. In qualche caso altri pittori facevano da garanti dell’affidamento di un giovane apprendista, come fu per Marco del Buono che raccomandò a Neri di Bicci il giovane Luca di Agostino, o, al contrario, per Neri, che mandò il suo allievo Giusto di Andrea, per un certo periodo, nella bottega di Filippo Lippi e poi in quella di Benozzo Gozzoli. Questo ci fa capire quanto la formazione di un pittore fosse complessa e variegata e quanto ampia la circolazione dei pittori da una bottega all’altra.

Molte sono le relazioni che Neri teneva con altre botteghe artigianali. Diversi legnaioli collaborarono alla sua attività commerciale, tuttavia sembra che abbia avuto un rapporto preferenziale con Giuliano da Maiano, al quale richiese spesso la carpenteria delle sue tavole, fornendogli anche disegni di sua mano a cui attenersi durante la realizzazione. Al tempo stesso sappiamo che Neri dipinse molti tabernacoli domestici in legno per Giuliano. Oltre ai legnaioli, alla realizzazione di un’opera pittorica contribuivano molte altre maestranze, come i battilori, i setaioli, i bandierai, nonché gli speziali, da cui i pittori acquistavano i materiali necessari alla preparazione dei colori. Per questo, nelle zone della città in cui erano dislocate le botteghe di pittura, spesso erano presenti anche quelle dei maestri, il cui apporto era, come abbiamo visto, indispensabile per la realizzazione di un manufatto. A Firenze, nel Quattrocento, c’erano numerose aree interessate da un’alta concentrazione di botteghe di pittori. Una di queste si estendeva proprio fra Via Porta Rossa (dove anche il nostro Neri aveva la bottega) e via Pellicceria, fino a Piazza Santa Trinita.

La mobilità degli artisti la vicinanza delle botteghe e l’intrecciarsi quotidiano dei rapporti tra di esse favorivano lo scambio e la circolazione non solo di idee, ma spesso anche di disegni, bozzetti e soluzioni tecniche. In questo ambiente, così vivace, ricco ed eterogeneo, il pittore era ancora fondamentalmente un artigiano e un imprenditore, e “buon maestro” era giudicato chi, avendo acquisito grande esperienza e professionalità tecnica, fosse anche dotato di notevole capacità organizzativa.
Questo spiega la fortuna della bottega di Neri di Bicci.

Allegati: La_croce_di_Neri_di_Bicci_-_Bibliografia.pdf